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“Il ritorno nel ricordo"
Cap. I del romanzo "Tra fango e nuvole"
La finestra è sempre la stessa, la veduta sui palazzoni di colore rosso, di edilizia popolare, anche non è mutata.
Gli schiamazzi e le corse dei ragazzini in strada sembrano gli stessi, ma di sicuro dopo dieci anni gli artefici sono cambiati.
L’arredo della sua stanza è immutato, come se il tempo, in quel rettangolo di mura, non fosse mai più entrato dopo la partenza.
Il letto è in ordine, l’orlo delle lenzuola ripiegato sul copriletto in maniera impeccabile ed il cuscino ben stirato, come di sicuro non avrebbe saputo fare. Anche i libri nella bacheca e la lampada sulla scrivania degli studi e delle letture sono al loro posto. La sedia blu con lo schienale regolabile in altezza è adagiata sotto di essa e sembra da tempo essere in attesa di far accomodare qualcuno, sembra quasi smaniosa di risentire il contatto coi suoi pantaloni. Le medaglie di qualche exploit sportivo se ne stanno penzolanti e impolverate dietro datate fotografie.
Perché era partito? Era fuggito da qualcosa o qualcosa fuggiva da lui?
In questo lato di mondo in cui le cose sembrano intatte, senza aver subito la mano pesante del tempo, ripensa a quanto, d’altro canto, la sua esistenza avesse subito un profondo mutamento.
Il viso riflesso nell’anta chiara dell’armadio, che s’appoggia alla parete opposta al letto, sembra lo stesso del teen-ager che vi rovistava per cercare la maglietta o la camicia adatta. Il contorno è lo stesso d’un tempo, ma l’anima era trasmigrata attraverso varie vicissitudini.
Andrea trova una similitudine tra sé e l’armadio, anch’esso esternamente sembra uguale ad un tempo, ma nel profondo ha subito una notevole trasformazione. Non è più quel contenitore di adolescenti speranze e di frustrazioni per la mancanza di ciò che per i coetanei era normale farsi regalare o andare a comprare con gli amici sovvenzionati dai genitori. Molto spesso il suo era più povero ma comunque era un serbatoio di attese, come se un paio di jeans o dei pullover ben scelti potessero essere i risolutori di una serata o i procacciatori di un amore. Come sono sognatori i giovani? E lui quand’è che aveva smesso di sognare?
Apre l’anta, che desolazione! Per un attimo l’aveva immaginato pieno come un tempo ed invece vi trova solo qualche bistrattato maglione abbandonato lì per il solo uso domestico.
I cassetti della scrivania gli ricordano di quando vi nascondeva il pacchetto di sigarette e l’accendino per fumarne una sul balcone della cucina appena solo in casa. Sceglieva quell’angolo, opposto alla sua stanza, come posto di riflessione, di acuta introspezione e di dedizione ai sogni. Quel lato della casa affacciava sul verde di una villetta, il terrazzo di un palazzo disabitato d’inverno e una vecchia casa diroccata. In lontananza s’intravedeva in mezzo ad alberi d’alto fusto, la struttura celeste fiammante del ponte nuovo sul fiume Garigliano, il confine tra Lazio e Campania. Nelle ore notturne l’angolo era intriso di silenzio, del canto delle cicale a fine estate e del barrito sporadico d’un treno locale.
Nei tre cassetti color ciliegio e panna, molto probabilmente non c’è più niente, se non qualche scartoffia.
Li apre partendo dall’alto. In effetti, nel primo risiede solo una vecchia calcolatrice, lo richiude adagio ed in testa riecheggiano i rimproveri di sua madre che dalla cucina lo invitava ad usare maniere più dolci con gli oggetti ed ad averne più cura.
Apre il secondo ed anch’esso non contiene nessuna sorpresa, solo un panno che usava per pulire la scrivania. Lo richiude ed apre il terzo. Ne salta fuori un’agenda di colore blu, una di quelle che regalano le compagnie assicuratrici in prossimità della fine dell’anno. Non ne ricorda l’utilizzo, anche perché ne usava tante, come tanti erano i quadernoni sui quali appuntava le partite di calcio che disputava o abbozzava qualche racconto incompiuto. Fa per sfogliarla quando dal suo interno cade una fotografia. E’ rivolta verso di lui con il retro. La raccoglie. Inizia a gemere qualcosa nel profondo dell’anima. Essa è composta da infiniti frammenti che scossi opportunamente cominciano a vagare impazziti nell’interiorità, come stanno facendo adesso in simultanea col palpito del cuore. La sua trasmigrazione non aveva annichilito il passato. C’è qualcosa, una fiamma ancora collegata morbosamente ad esso e non ne riesce a comprendere la definizione. Rimpianto ?… Rancore ?… Disprezzo ?… Avvicina agli occhi quel pezzo di carta stampata. 14-5-2000. E’ la data dello scatto riportata fedelmente a penna sul retro con l’insieme delle firme dei protagonisti. E’ la foto di gruppo della sua comitiva. Aveva diciotto anni. Sono giovani, allegri e sorridenti. Si stringono per entrarci tutti e qualcuno si abbraccia. Sono seduti su un muretto del centro. Ora inizia a ricordarli ad uno ad uno. Tasta la carta … alza lo sguardo per poi riversarlo su quei ragazzi … ecco che si riconosce, con una decina di chili in meno e una ventina di centimetri di capelli in più. Ed ecco gli altri, i suoi vecchi amici … Molti di loro avevano frequentato la sua stessa classe delle scuole superiori.
Ed ora che fine avevano fatto? Erano partiti anche loro? O avevano trovato al paese una propria dimensione? E chissà come erano invecchiati? O forse si erano mantenuti bene …
Vincenzo Ponti … Vittorio Giuliano … Emilio Camerota … Alfonso Rocco … Diana Russo … Sara Conti … Lorenzo Spagnuolo … Anna Kohl … Francesca Amore (detta Chicca) … Claudia Di Scala … Angelo, Luca e Guido di cui non ricordo il cognome o forse non l’ho mai saputo … Stefano Storaci … e poi Valeria Maffei e Gaetano Marelli, i due fidanzatini … chissà se si sono sposati? Magari hanno anche dei figli … E lui , Andrea Amato, ora scrittore e giornalista affermato, marito e padre strafelice.
Inizia a ricordare quei tempi. Soddisfa il bisogno che ha dei suoi pantaloni la sedia blu e medita sul perché di quelle concitate emozioni di pochi momenti addietro. Forse risiede lì il nocciolo del cambiamento della sua vita, nella creazione e la fine di quella comitiva.
Il ricordo delle cose importanti è come un graffito sulla parete dell’anima. Risultano inutili e maldestri i tentativi di cancellarli con secchiate di vernice. Esso riemerge e, forse quando meno te lo aspetti, fa parte del presente. Ma se è ancora così vivo, perché ha cercato di rimuoverlo? E perché ora sta facendo di tutto per rinvigorirlo?
Correva l’anno ’99, l’ultimo del secolo e del millennio. Quella della foto era una comitiva di ragazzi di periferia, della bassa provincia di Latina, tra i diciassette e i diciannove anni.
Le ambizioni e i sogni stavano andando incontro alla verità tracciata dalla fine delle scuole superiori. Di lì a pochi mesi la vita li avrebbe obbligati ad uscire dal “limbo fatato” ed a diventare uomini e donne con un qualcosa da costruire e/o diventare.
La sera si riunivano in via Vitruvio, il corso principale di Formia, dove avevano creato un posto tutto loro che chiamavano “i tubi”.
Di fronte compariva la Villa Comunale col suo chioschetto aperto qualche centinaia di metri a nord. Era il luogo frequentato dai “grandi”, dai quali si distaccavano seppur con l’ambizione di farne parte prima o poi. Esisteva una specie di sudditanza gerarchica, ma il motivo principale era la presenza di personaggi poco raccomandabili. Alle spalle del bar, tra le panchine della Villa, soprattutto nelle sere d’inverno, avveniva il traffico di stupefacenti. Sul muretto sedevano spesso individui loschi pronti a scatenare risse, ad insidiare i più giovani e a provocare le facce nuove. Avevano l’aria dei gatti che s’inferociscono nella difesa del territorio. Quella era la zona off-limits della città. Dall’altro lato dei tubi, a sud, era aperta la sala giochi “Crazy games”, dove la comitiva si riparava in caso di maltempo, o i ragazzi del gruppo si incontravano se marinavano la scuola (facevano filone) o si sfidavano nei vari giochi tipicamente maschili come la carambola, il calcio balilla e i video games di corse automobilistiche o di calcio.
Nel retro della sala giochi, in fondo ad un’ampia scalinata, c’era il piccolo cinema “Miramare”.
Tutto questo si specchiava sul mare, con il suo porto ed i suoi traghetti, teatro di fugaci storie d’amore, dato il suo risaputo distacco dal resto della città che lo tramutava in luogo appartato.
Scorazzavano sugli scooter per le vie del centro eseguendo le mitiche vasche, rigorosamente senza casco sfidando leggi, multe e sequestri dei ciclomotori. Esistevano vasche di passeggio, in cui si guidava a velocità ridotta con lo scopo di guardare le vetrine, fumare una sigaretta o avvistare qualche ragazza, e vasche di competizione, in cui si guidava a velocità sostenuta eseguendo mirabolanti slalom tra le auto e gli autobus in fila nel traffico per poi confrontarsi ed emettere giudizi di gruppo, emulando i professori con le valutazioni scolastiche.
Formia è il centro più grande (dopo Gaeta che però è un po’ più a nord) dell’estremo lembo meridionale della provincia di Latina, conta circa trentamila abitanti. Per loro fungeva da luogo di ritrovo, perché ospitale, fascinosa e piena di risorse per i giovani della zona. Alcuni, come Andrea, arrivavano dai paesi limitrofi come Minturno, 10 km a sud, attratti dal suo fascino. Sembrava un’etichetta: chi restava in questi centri più piccoli anche il sabato sera era out, non stava al passo coi tempi al pari di chi non vestiva alla moda, non guidava uno scooter e non possedeva un cellulare. Il giudizio della giuria popolare del branco del centro era assoluto, insindacabile, irremovibile.
Chi non poteva permetterselo coi soldi di famiglia lavorava nel periodo estivo, pur di aggrapparsi alle regole non scritte che consentono l’accesso nel gruppo.
Andrea aveva conosciuto il mondo del lavoro sommerso, sottopagato, sfruttato e a nero, quello che lui stesso condannava ma che aveva accettato a sue spese per bisogno.
Quell’estate, il suo amico di vecchia data, Emilio Camerota, lo aveva presentato allo stabilimento balneare “Golden Rock”, dove lo avevano assunto per tre mesi, dai primi di giugno agli inizi di settembre. Non esistevano ferie, né alcun riposo settimanale, avrebbe lavorato dalle 7.00 alle 18.00 o oltre, nel parcheggio, guadagnando 650.000 lire al mese. Ne aveva bisogno. Con qualche mancia di fine mese e di Ferragosto avrebbe racimolato una discreta cifra per tirare avanti anche d’inverno .
E’ da qui che la mente inizia il viaggio di ritorno nel ricordo, forse dall’inizio di una strana trasmigrazione del comportamento, la fine dell’adolescenza, della spensieratezza a tutti i costi e dell’incoscienza dei sentimenti, delle idee e delle azioni. Che sia stato questo periodo a segnare il lento incipit che scava il percorso, sgretolando a poco a poco il castello dei sogni?!
Autore
Daniele Amitrano
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